Letteratura terapeutica

Rubrica di letteratura a cura di Tiziana De Giosa

Fa bei sogni, bambino mio

Il legame tra un figlio e la sua mamma è più forte del tempo e della memoria.


Immaginate un bambino i cui occhi sono pieni dell’immagine della madre. Immaginate questo bambino che osserva questa donna mentre si prende cura di lui, lo nutre, lo abbraccia, lo protegge e gli racconta la vita. Immaginate sempre questo bambino i cui sogni si riempiono di vita, di colori, di arcobaleni giganti, di zucchero filato, di montagne alte e cime che raggiungono il cielo. Ogni gesto, ogni parola, ogni odore (della sua pelle, dei capelli, del suo profumo) hanno creato fra loro due un legame forte, un cordone ombelicale intangibile ma che continua a tenere le due persone legate, l’una all'altra, in uno scambio continuo. Ora immaginate questa mamma che abbraccia per l’ultima volta suo figlio e gli dice: Fa bei sogni, bambino mio.


Perché un giorno questo legame è stato reciso. Violentemente. Senza un avviso. Senza un segnale. Ti guardi intorno e il mondo apparentemente non è cambiato, ma il tuo mondo non è più lo stesso. E se hai 9 anni non riesci a capire o a trovare una ragione al perché la tua mamma non è più con te. Così vai avanti per tutta una vita alla ricerca di qualcosa che colmi quel vuoto che hai dentro ma non c’è nulla che possa riempirlo. E’ stato il Brutto Male, gli hanno detto e lui ci ha creduto. O meglio ci ha voluto credere sebbene c’era qualcosa che avrebbe dovuto fargli venire un sospetto, anche piccolo. Il bambino è però troppo immerso nel suo dolore e nella sua rabbia e non ha occhi per notare altro. Un giorno, quel bambino, incapace di gestire la sua disperazione, prende le sue emozioni e le chiude in un cassetto. Così. Per non soffrire più.


Quando sei grande e adulto ti viene consegnata una lettera in cui scopri la verità sulla morte di tua madre. Quella lettera ribalta tutto il tuo mondo, quella realtà che avevi costruito a fatica e che ti aveva aiutato a sopravvivere. E’ impossibile vedere il mondo con gli stessi occhi di prima e quel dolore, che era stato sepolto e azzittito in quella scatola, ora ritorna a bussare al coperchio per uscire.

Ecco che così riaffiora la voce del tuo dolore che ha bisogno di spazio e Dio vuole che sei abbastanza grande per poterlo gestire, per ascoltarlo senza esserne dilaniato. Allora decidi di riaprire quella scatola, e lasci che la storia venga fuori perché il dolore ha bisogno di parole. Anche quando lo vogliamo azzittire, mettere da parte, il dolore grida forte finché non gli concedi la parola e lo lasci sfogare.


E’ il marzo del 2012 quando Massimo Gramellini - giornalista, scrittore e vicedirettore de “La Stampa” - decide di scaricare in parole quel peso che si portava dietro da quando aveva nove anni, da quando quel giorno sua madre non c’è stata più perché il Brutto Male l’aveva portata via. Almeno così gli avevano raccontato per anni ed era quello che aveva voluto credere con tutto se stesso. Fa bei sogni viene pubblicato quasi in sordina e in breve diventa un best seller ed entra in casa di migliaia di persone. Se con Frankestein abbiamo accarezzato il dolore di una madre che perde il suo bambino qui prendiamo per mano il dolore di un bambino che cerca di farsi strada in un mondo vuoto, pieno solo dell’assenza della sua mamma. La madre, prima esperienza di legame affettivo e amoroso, con la sua partenza ha strappato via anche il diritto di essere amati e ha seminato solo paure: la paura di legarsi di nuovo, di amare di nuovo, di credere ancora nell'amore di qualcuno per te.


“Non essere amati è una sofferenza grande. La più grande è non essere amati più. Preferiamo ignorala, la verità, per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi.”
M.Gramellini

Fa bei sogni non è un libro autobiografico ma ne ha lo stesso potere catartico. Gramellini non scrive questa storia per liberarsi dal dolore e dimenticare la madre, bensì riaccoglie in sé quel dolore per rinsaldare quel legame nell'amore e per ritornare a vivere. Per quanto possa sembrare assurdo, è il dolore che ci aiuta a sentirci vivi, perché è proprio grazie ad esso che la vita apre la porta a nuove opportunità. “Il dolore è una grande opportunità” dice Gramellini, per sentirsi vivi e avere il coraggio di cambiare se stessi”.


Lo sappiamo tutti: i cambiamenti ci spaventano perché ci chiedono di lasciare ciò che conosciamo e di buttarci nell'ignoto. I cambiamenti fanno paura, a volte così tanta che rimaniamo pietrificati. E’ proprio in questo momento che il dolore ci viene in aiuto perché ci spinge a cambiare le cose, a lenire la sofferenza, a fare qualcosa per non morire. Spesso questo vuol dire mettersi in gioco, rischiare il tutto per tutto, dover chiedere aiuto, sbagliare, cadere per poi rialzarsi, sempre! Perché è importante rialzarsi dopo ogni caduta perché la caduta fa parte del gioco, fa parte della vita.


Lo avevamo imparato da piccoli, te lo ricordi?


Cadevamo e ci guardavamo intorno increduli. Che è successo? Come mai sono caduto? Mi sarò fatto male? E se nessuno si disperava o si spaventava (e magari ci scherzava su) ecco che ci rialzavamo come se nulla fosse successo perché è così che succede: si inciampa e si cade; poi ci si rialza. Sempre. E’ così. Invece lo abbiamo dimenticato perché il mondo manipola la nostra memoria e la riscrive a modo suo. Il bambino dentro di noi però lo sa, lo ricorda bene e non gli importa di cadere tanto si rialza, magari ridendo, il più delle volte facendo finta di nulla.


La nostra anima è presbite e per poter vedere bene deve allontanarsi un po’. Quando vogliamo raccontare qualcosa che ci ha travolto è importante lasciar parlare il dolore non attraverso di noi ma attraverso un altro mezzo, ad esempio un personaggio che non siamo noi. Solo così possiamo essere veri e disperatamente sinceri. Questo non vuol dire ingannare il lettore bensì il contrario perché gli diciamo: sai, quello che ho vissuto in fondo non è quello che è successo perché ricordo solo come l’ho vissuto e il significato che ha avuto per me. Non me ne volere se non riesco ad essere scientifico nel raccontarti esattamente quello che è successo, perché la memoria è una sarta brava e ingegnosa che aggiunge e taglia, inventa e crea attingendo all'immaginazione per realizzare l’abito giusto per te e poco importa se per farlo modifica la realtà. Ma il dolore no, quello è vero, sai? Allora oggi ho voglia di parlarti di quel dolore, ho voglia di prenderti e portarti dentro questo tunnel con me e da lì dentro, da quel buio, voglio farti vedere la luce che ora vedo io. Perché quella luce alla fine del tunnel c’è. C’è sempre. Ma per vederla devi guardare avanti. Se invece giri le spalle e ti guardi indietro vedrai solo il buio perché guardi dalla parte sbagliata.


Il dolore spesso blocca, a volte paralizza e ti impedisce di andare avanti. E’ come se avessi davanti a te un muro altissimo: non ti fa vedere oltre. Ti arrabbi e cerchi di buttarlo giù ma non ci riesci e quel muro continua a rimanere lì, fermo, possente. Allora ti arrabbi ancora di più e non potendo scaricare la tua frustrazione sul muro cominci a prendertela con chiunque passi o si avvicini a te. E più cerchi di distruggerlo più ne esci sconfitto. E ti senti impotente. Sfortunato. Maledetto. Depresso. Un relitto umano che nessuno vorrà mai più.


Ma se cambi punto di vista scoprirai che quel muro non è stato messo lì per bloccarti. Al contrario, è stato messo lì per insegnarti a scalarlo, per aiutarti a innalzarti sopra gli altri e raggiungere una vetta e un punto di vista che prima non avevi e da lì, con un’altra prospettiva e con maggiore forza e consapevolezza, ricominciare il tuo cammino. Sta solo a noi decidere se sbraitare contro il muro e fare marcia indietro (magari maledicendo il mondo e la sfortuna) oppure trovare il modo per superarlo e andare avanti (forti di una nuova consapevolezza e una nuova prospettiva di vita).

E’ questo il vero libero arbitrio.


Fa bei sogni non un elogio del dolore ma un inno alla speranza, all'accettazione del dolore e alla sua trasformazione in amore. Una storia che parla a tutti non solo ai bambini feriti per la perdita della mamma. Perché il dolore non ha un’identità.

E’ semplicemente un dolore.


Se dopo aver letto questo storia senti il bisogno di raccontare il tuo dolore in tutte le sue sfumature, non averne paura: è successo a tanta altra gente, proprio come a te. Perché il dolore ha bisogno di parlare e, ancora di più, ha bisogno di essere ascoltato.

Tiziana De Giosa

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