Letteratura terapeutica

Aggiornato il: mag 24

Rubrica di letteratura a cura di Tiziana De Giosa

Veronika decide di morire

Un viaggio nel mondo dei folli attraverso i loro occhi


La follia esiste veramente? Oppure è solo una nostra categorizzazione, un nostro modo, giusto o sbagliato che sia, di suddividere le persone affinché possiamo dare un senso al mondo?

Da che letteratura ricordi, i folli sono sempre esistiti. Sono coloro che uscivano dalla loro normalitudine e finivano per fare, dire o pensare quello che gli altri neanche consideravano. Erano i diversi e ciò che è diverso a volte non è comprensibile perché non categorizzabile, è qualcosa che spaventa il nostro Io. E cosa fa, la nostra mente, quando si trova davanti a qualcosa che la spaventa? Deve scegliere fra tre possibilità: 1.Congelarsi, rimanere immobile;

2. Attaccare;

3. Scappare.


Sebbene non ce ne accorgiamo, quando ci troviamo di fronte a qualcosa che è diverso dal nostro quotidiano istintivamente utilizziamo una di queste tre strategie. Se attacchiamo non è perché siamo cattivi o non siamo stati educati bene, ma perché in quel momento siamo preda del volere di quella parte del nostro cervello che MacLean chiama rettile. È una parte primitiva, antica quanto la vita sulla Terra che si è tramandata all'uomo lungo la catena dell’evoluzione partendo dalle prime forme di vita animale e trovando la sua massima espressione proprio nel rettile. Questa parte della nostra psiche lavora a un livello a noi non visibile e condiziona ogni cosa che facciamo.


Ne siamo schiavi? Non proprio, fortunatamente. Nel senso che se conosci il tuo nemico sei in grado di affrontarlo e anche educarlo. Il nostro istinto non è cattivo bensì è lì per salvarci la pelle; lo fa per il nostro bene. Non va combattuto ma compreso e, se vogliamo, educato a non avere paura di ciò che non conosce. Come? Facendogli conoscere il diverso, il nemico, e facendogli comprendere che non è pericoloso, che è lì non per farci del male ma perché semplicemente esiste. Quando conosciamo qualcosa e gli creiamo un posto nella nostra realtà ecco che quella cosa non ci fa più paura e la accogliamo in noi così com'è, senza chiedergli di essere diversa.


I pazzi hanno fatto sempre paura. Erano quelli che si comportavano in maniera diversa, quelli che avevano sogni più grandi degli altri, che vivevano la realtà magari con maggiore intensità e trasporto e sapevano cos'era la passione. Erano coloro che ribaltavano le prospettive facendoci vedere altri orizzonti, altri mondi, nuovi colori e nuvole di forma differente. Erano coloro che ci chiedevano di cambiare, di uscire dalla nostra comfort zone, quella poltrona consunta ma comoda che porta la nostra forma, che ci fa sentire sicuri quando ci lasciamo abbracciare da lei. Non importa che qualcuno ci dica che ci sono poltrone più belle e morbide perché quella poltrona la conosciamo e ci stiamo bene. Stare lì è più rassicurante.


I folli li abbiamo ghettizzati e un giorno, quando la scienza ha sviluppato la sua conoscenza e ha iniziato a indagare le pieghe della psiche, ha preso i folli, o come avevamo iniziato a chiamarli, i pazzi, e li abbiamo rinchiusi fra quattro mura. Non per proteggerli dal mondo ma per proteggerci da loro e cambiarli, farli diventare come noi: con la stessa visione del mondo, con le stesse parole, le stesse emozioni, gli stessi sogni, desideri e passioni. Essere considerato un pazzo era ed è ancora oggi un’onta, un marchio indelebile sulla pelle. I pazzi dovevano essere nascosti e, se facevano parte della tua famiglia, rinnegati, rinchiusi, annullati e annichiliti. Carne da macello a disposizione della perversione della normalitudine.


Sui manicomi si è scritto di tutto: racconti accusatori, compassionevoli, di orrore, di disperazione, di angoscia. Perché è quello che si è vissuto in quelle mura dove il diverso doveva essere piegato e domato. E se ti era capitato, per una ragione o per un’altra, di passare una parte della tua vita lì dentro dovevi fare attenzione affinché nessuno lo venisse a sapere o la tua vita ne sarebbe stata distrutta, massacrata dal giudizio spietato della società.


Chissà se la gente avrebbe comprato i suoi primi libri se Coelho avesse confessato di essere stato in manicomio. Chissà se sarebbe diventato questa icona della crescita spirituale e di una visione illuminata della vita se avessimo saputo che un medico gli aveva diagnosticato un disturbo mentale e rinchiuso in una di queste “case di cura”.

Quando uscì Veronika decide di morire a firma di Paulo Coelho nessuno avrebbe mai immaginato quanto materiale autobiografico conteneva il racconto struggente di Veronika che un giorno, stanca della vita, decide di suicidarsi prendendo flaconi di pillole per poi essere salvata in extremis e portata in una clinica psichiatrica.

Pubblicato nel 1999, Veronika decide di morire racconta la storia vera di questa ragazza che viene rinchiusa in una clinica psichiatrica contro il suo volere. Qui viene a conoscenza di un mondo che non avrebbe mai immaginato, con personaggi indelebili che rimarranno sempre nella nostra memoria e che ci faranno bene, perché ci aiuteranno a capire la loro vita, abbracciare la loro follia onorando il loro modo unico di essere, anche se diversi. Perché lì essere diversi è la normalitudine e non fa paura. E in quella normalitudine che finalmente è possibile scoprire se stessi e amarsi senza limiti, condizioni o compromessi.


Per Paulo scrivere questa storia e portarla al mondo fu sicuramente un’impresa non facile. Nel passato Coelho era stato rinchiuso in un manicomio semplicemente perché considerato un diverso e il diverso, lo abbiamo detto, ci fa sempre tanta paura. Sebbene un’esperienza in una clinica psichiatrica negli anni degli abusi era un evento che ti segnava per sempre, Paulo riesce ad approcciarsi con delicatezza annullando ogni forma di rabbia, rancore, voglia di denuncia. Aspetta, la denuncia c’è. C’è nei confronti delle Istituzioni. C’è nei confronti di quello che pensava la gente, di quello che succedeva lì dentro. Eppure non c’è rabbia, non c’è guerra, non ci sono urla. Solo il cuore aperto all’amore e all’accettazione di chi ha abbracciato le debolezze del mondo e ha riconosciuto in sé la bellezza della follia. Perché essere folli vuol dire essere liberi, essere se stessi, vedere il mondo con i propri occhi e viaggiare leggeri, senza confini e senza passaporto.

Veronika decide di morire non è un’accusa ai manicomi o una difesa dei folli bensì un inno alla vita. L’accusa alla vecchia medicina psichiatrica e alla società avviene in noi di conseguenza perché in questo viaggio con Veronika conosciamo la follia, addirittura la desideriamo perché ognuno di noi ha bisogno di sentirsi libero, libero di essere, di fare, di pensare, di sognare e volare. È una storia che cura delle ferite profonde che magari non ci siamo mai resi conto di avere e ci fa vedere la follia sotto un punto di vista diverso: ci fa vedere l’uomo, la sua anima, i suoi sogni, la sua libertà tarpata.

Quando chiudi il libro quella parte di te che si è sentita estranea, tante volte aliena, ora è in pace con se stessa e con il mondo. E quando incontri un “matto” vedrai un uomo libero ma soprattutto vedrai un uomo. Punto. Perché siamo persone e non l’etichetta che la società ci ha attaccato addosso.

Tiziana De Giosa


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