SIAMO ABBASTANZA EDOTTI DA CAPIRE IL GATTO?

"Appunti di Etologia felina" a cura di Barbara Stavěl

SI OFFENDE?

È facile fraintendere il linguaggio del gatto!


Da bambina ero sicura che a volte i nostri gatti si offendessero. Tornando dalle vacanze notavo che la nostra gatta non ci accoglieva, sembrava stare sulle sue e si manteneva a una certa distanza, voltandoci le spalle.



Offeso o seccato? È un Momy preoccupato per la presenza di altri gatti. E lui non ne sopporta nessuno.







Milligan. Sicuri che sia seccata?







La maggior parte degli umani con gatti non ha dubbi: i gatti si offendono e lo fanno notare. Bene, è giunto il momento di togliere l’ennesima benda dagli occhi: OFFENDERSI NON È PREROGATIVA DELLA MENTALITÀ FELINA.







Un Buneo da colpo di scena.









Colpo di scena, vero? Veniamo alla spiegazione.


Semplicemente, la nostra osservazione fa riferimento a presupposti fuori parametro, pertanto la constatazione è del tutto sbagliata.

Non scoraggiamoci, perfino gli scienziati più accreditati hanno impostato sperimentazioni su pilastri fallati, per poi scrivere articoli scientifici che successivamente sono stati smentiti.

In questo caso il presupposto sballato è proiettare la nostra esperienza su una specie molto diversa da noi. Almeno una volta nella vita avrete sentito dire che "l’uomo è un animale sociale”. In effetti le persone tendono a cercare compagnia, formano famiglie, altrimenti si sentono sole.

Il gatto domestico no… o meglio “ni”.

Mi spiego. Il selvatico merita un “no” deciso. Appena mamma gatta termina il suo compito, figli e figlie diventano intrusi, il legame materno si spezza e ognuno va per la sua strada.

Il domestico ha un potenziale in più, quello della possibilità di essere addomesticato entro 7 settimane dalla nascita. Se interagisce in modo positivo con più di una specie, vi diventa amico per il resto della vita. Quegli amici, fra i quali noi, diventano una risorsa di benessere, e se mancano ne soffre.

Anche se in buona compagnia, il gatto conserva una natura prevalentemente solitaria, motivo per cui non avverte l’esigenza di starci sempre accanto, si riserva una buona parte della giornata per svolgere sue faccende private in totale autonomia.


Milligan a spasso.

Ciò è più evidente per quei gatti che hanno accesso all'esterno, dove possono esprimere al meglio tutte le potenzialità.

A questo punto sono sicura che penserete di essermi dimenticata dell’oggetto di questo articolo.

Ebbene, no. Il punto è che, per comprendere il gatto, occorre prima smantellare le false credenze, dunque la spiegazione alle domande che vi pongo è come un’equazione: la soluzione emerge solo dopo uno svolgimento di tipo logico.


Lo svolgimento corretto parte dal presupposto che il gatto domestico possiede analogie ancora molto radicate con il selvatico. Per cui è una specie prevalentemente solitaria con un principio di evoluzione di tipo sociale.

A cosa potrebbe mai servire il concetto di offesa a un animale che non ha ancora neppure sviluppato una socialità vera e propria?

Con chi dovrebbe offendersi se la sua esistenza è imperniata sul poter contare solo su di sé?

A questo punto penso che sia intuibile che offendersi presuppone l’appartenenza a una specie sociale, ove ci sia modo di confrontarsi con altri individui del gruppo e da essi sentirsi accettati e stimati. Offendersi è un sentimento che può avere senso di esistere per chi, nella vita, prova il desiderio di appartenere a una collettività che lo accetti e di lui abbia bisogno.

Il gatto si rapporta a noi per esigenza personale, non dipende dal nostro giudizio o accettazione (come è per il cane e il lupo nel branco). Ci cerca quando ne ha voglia, dopo aver passato la giornata a svolgere le sue attività personali. La nostra presenza lo gratifica, è essenziale per il suo benessere, però guai ad asfissiarlo!


Dopotutto è un animale molto, molto impegnato. Da solo deve: nutrirsi, stabilire un territorio, pattugliarlo ogni giorno, marcarlo col proprio odore al fine di tenere gli altri alla larga, curare il pelo e le unghie, dormire, sonnecchiare e proteggersi dalle minacce. Tutte attività che, per istinto, deve svolgere in solitaria (chiedere cibo non è un’azione sociale, è solo un modo diverso di procurarselo).

Pink. Tipico momento di intensa attività solitaria.

Se anche a questo punto provate dello scetticismo è perché non ho ancora spiegato cosa significa quel modo di fare che scambiamo per offesa.

Quando torniamo dalle vacanze non ci tiene il muso, è perplesso. Il gatto è impastato di routine, che lo fa sentire al sicuro. Dunque, quando gli viene a mancare la nostra presenza gli manca una risorsa e la routine si spezza. Così, non appena si abitua alla nuova situazione, cioè alla persona che lo accudisce, ecco che facciamo nuovamente ingresso nella sua vita. Allora è di nuovo confuso, tanto più che ci portiamo addosso una marea di odori sconosciuti che lo mettono in ansia. Infine, ciliegina sulla torta, non avverte su di noi l’odore che ogni giorno, strofinandosi, rinnova e lascia impresso. Una specie abituata a contare solo su di sé e a basare la comunicazione e il senso di sicurezza del proprio territorio su tracce olfattive, deve assicurarsi che tutti i pezzi del puzzle si incastrino alla perfezione. Quando il puzzle di scompone, si ritira per valutare e poi adattarsi.

Non c’è dubbio che ci riconosca, altrimenti scapperebbe senza pensarci, però manchiamo dei suoi feromoni di appartenenza (il gatto produce diversi feromoni, ognuno con significato ben preciso e distinto). È la ragione per cui si strofina di continuo su oggetti e individui che compongono la sua mappa mentale di territorio sicuro.


A spasso hanno bisogno di strofinarsi spesso, così sanno di essere al sicuro.

Anche in questo caso il gatto si ritrae e spesso ci volta le spalle, inducendo in noi l’errore di credere che sia offeso. Niente di più sbagliato. In questo caso, non è a noi che volta le spalle o da cui si ritrae, ma dal soggetto con cui abbiamo a che fare, che lo mette in ansia. Vi parrà ingenuo, ma per fugare certi stati di preoccupazione gli basta voltarsi per non vedere più l’oggetto del pericolo. In altri termini, si allontana dall’individuo che assorbe la nostra attenzione per semplice prudenza, inoltre si volta dall’altra parte per auto-tranquillizzarsi.

C’è sempre da ricordare che il gatto è sia predatore che preda, pertanto non si comporta mai da spavaldo, è invece portato dall’istinto a tenersi alla larga da individui che per lui sono poco rassicuranti, minacciosi o pericolosi. Ricordiamoci infine che più gatti possono convivere sotto lo stesso tetto in modo apparentemente armonico, mentre in realtà i vari individui hanno semplicemente raggiunto un livello di tolleranza. Vale a dire che se due gatti si tollerano, ma non sono affiliati (ovvero amici) preferiscono stare sempre alla distanza di almeno un metro l’uno dall’altro.

Barbara Stavěl

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