SIAMO ABBASTANZA EDOTTI DA CAPIRE IL GATTO?

"Appunti di Etologia felina" a cura di Barbara Stavěl

Verità sulla caccia

Foto di Barbara Stavěl


Tigro (destra), abile “cacciatore” di ciotole altrui

Ricapitoliamo i 9 capisaldi dell’etogramma comportamentale del gatto, uno dei quali (*) al domestico causa solo guai se non gestito dall’uomo.


1) Cacciare/nutrirsi

2) Riprodursi*

3) Graffiare e marcare

4) Dormire e riposare

5) Dedicarsi al grooming

6) Giocare

7) Eliminare

8) Socializzare

9) Esplorare


Cacciare e nutrirsi.

Sono due comportamenti non strettamente dipendenti, perché l’istinto di caccia nel gatto non è promosso solo dalla fame, è un istinto automatico innescato dalla vista di piccole prede in movimento. Non è possibile togliere al gatto il “vizio” della caccia più di quanto sia impossibile togliere al cane il “vizio” di fiutare.

Ci tengo a sfatare l’ennesima ignoranza popolare, che ha visto, vede e vedrà (ahimè) il gatto di campagna come macchina mangiatopi, più che come individuo dalle molteplici esigenze, per questo non nutrito. La verità è che, anche con la pancia piena, il gatto caccia. Le sequenze predatorie scattano ogni volta che se ne presenta l’occasione, se poi si concludono con successo (cattura della preda) il cervello rilascia endorfine, per cui al gatto la pratica della caccia dona divertimento e appagamento. Il leone, per esempio, se sazio non attacca nessuna preda tipica, nemmeno l’uomo. Il gatto è diverso.

Se finora non avete alimentato il gatto della casa di campagna, perché convinti che smetterebbe di tenere lontano ratti e topi, vi supplico di iniziare a farlo. Il gatto non è uno dei più abili cacciatori, infatti si stima che le sessioni hanno successo con la frequenza di 2 su 10 tentativi.

Molti biologi, zoologi, ecologi stanno facendo una guerra sleale contro il gatto domestico, citando studi accreditati che mostrano l’impatto ecologico del Felis catus sulle specie a rischio estinzione, e con cinismo specista usano dipingerlo con l’appellativo di “assassino”.

Parliamoci chiaro, il solo a meritare tale epiteto è l’essere umano. Gli studi, che non sono nemmeno tanti, a mio avviso non possono fornire nulla in più di una statistica riferita a quello specifico campione di gatti in quello specifico sito geografico. La mia certezza si basa sul semplice buon senso: essendo questa una specie estremamente adattabile, essendo la tattica predatoria appresa da mamma gatta, essendo persino il tipo di preda una componente che la madre trasmette ai gattini, e infine esistendo una marea di gatti disabili, cronicamente malati, denutriti, devastati da virus di ogni tipo e residenti in zone troppo antropizzate per trovare prede appetibili (i gatti non vanno a caccia nelle chiaviche, perché delle pantegane hanno paura!), le variabili sono decisamente troppe per poter applicare i risultati statistici di pochi studi ai gatti domestici di tutto il mondo.

Di poco impatto scientifico è la mia esperienza, ma poiché sono libera da condizionamenti scientifici mi piace raccontarla. Ognuno dei miei gatti ha un comportamento predatorio distinto per età, provenienza, temperamento, capacità fisiche e di deambulazione.






Pietro è il cacciatore più attivo ed efficace, di solito divora le sue prede (in prevalenza ratti e topi);








Nio preferiva i volatili (a 17 anni ha perso agilità), ma essendo poco mimetico dubito che abbia avuto molti successi;








Minù è tripode di nascita, una zampa posteriore finisce con un moncone. Quando cammina fa un rumore bestiale. Si sfoga a cacciare lucertole e locuste che riesce a prendere solo quando le passano accanto!







Pierre era lievemente atassico e non deambulava bene, in particolare non aveva un buon controllo degli arti inferiori. Mai visto in puntamento di caccia (capiva di essere disabile).


Credete stia cacciando? Nient’affatto, va a fare popò producendo molto rumore… altro che passo felpato!

Lola ha 12 anni ed è obesa da 8. È anche terrorizzata di ogni suo consimile, pertanto si concede solo 10 min d’aria al dì, rientra in casa e si arrocca sulla sua postazione anti-gatto, sul pensile di cucina.



Sicuramente l’istinto predatorio è innato, però la tattica non lo è. Dev’essere appresa da mamma gatta e se lei non è molto abile non può trasmettere abilità venatorie nemmeno ai gattini. Altro punto che abbassa i dati percentuali delle prede abbattute nel mondo.

In molti ambienti rurali italiani i gatti sono perseguitati dai cacciatori, pertanto se nei loro appostamenti, che sono autentiche battute di caccia sleali e inutili, vedono passare un gatto che va per i fatti suoi, l’uccisione è garantita. Non sono pochi i caregiver (dispensatori di cure e attenzioni, volgarmente detti proprietari) che si sono visti tornare a casa gatti impallinati. La qual cosa, tanto per dire, è punibile a norma di legge.

Gli zelanti ricercatori statunitensi, che hanno svolto indagini in zone costiere, probabilmente su Felis catus ibridati con autentico gatto selvatico, e quelli italiani, che hanno preso a campione gatti giovani e sani, non certo anziani, malati e disabili, avranno inserito nelle loro accuratissime statistiche il fattore “umano che ammazza i gatti”?

A voi l’ardua sentenza.

Nel prossimo articolo vi racconterò come rendere il gatto di casa felice di esibire il necessario e irrinunciabile comportamento predatorio. Giocando con lui!

Barbara Stavěl


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